“Fate venire Cesare, per favore.”

Domenico era disteso sul letto, con la coperta tirata fino al petto e lo sguardo rivolto alla finestra.

La stanza era immersa in una calda penombra, rischiarata solo dalla luce tremolante di una lampada.

Il piccolo Cesare, chiamato d’urgenza, corse dal nonno e si sedette accanto a lui, gli occhi pieni di curiosità.

Domenico, sempre più affaticato, prese con delicatezza la mano del nipote. Aveva una storia da raccontargli, una storia che non aveva mai condiviso con nessuno. Era arrivato il momento.

“Cesare,” disse con voce lieve, “devo raccontarti qualcosa. Una storia che nessuno conosce, ma che tu devi sapere. È la storia della mia vita... e di come ho davvero creato il Pandoro.”

Fece una pausa, il respiro leggero come un soffio di vento, poi cominciò.

“Ero solo un bambino quando decisi che la mia vita sarebbe stata diversa. Vivevamo in una piccola casa sopra la pasticceria di famiglia. I miei genitori lavoravano senza sosta, giorno e notte, tra farine e impasti. Nonostante i loro sforzi, non riuscivamo mai a stare davvero tranquilli. Ricordo i loro volti stanchi e le mani piene di crepe, ma mai una lamentela. Dicevano che la felicità si misurava con il sorriso di chi mangiava i loro dolci, non con il denaro.

“Io, però, non ero d’accordo. Li amavo, ma non riuscivo a sopportare che lavorassero così tanto senza ottenere nulla in cambio. Così, ogni notte, sdraiato nel mio letto, guardavo le stelle dalla finestra e facevo una promessa: un giorno avrei fatto qualcosa di così grande da brillare nel cielo, proprio come quelle stelle.“

"Gli anni passarono e, quando ereditai la pasticceria, decisi di trasformarla. Lavorai instancabilmente, portando i miei dolci nelle corti più importanti, investendo ogni risparmio per migliorare la qualità e l’efficienza. La mia fama crebbe e, con essa, la richiesta. Aprii altri negozi in tutta Verona e, mentre la città imparava a conoscere il mio nome, io mi guadagnai la reputazione di uomo burbero e ambizioso, talvolta difficile da avvicinare.

Riuscii a sposare la tua cara nonna, nonostante evitassi ogni distrazione che mi sottraesse tempo al lavoro. I guadagni crebbero a tal punto da permetterci di vivere in questo palazzo. Arrivarono i figli, tra cui la tua mamma, ma trascorsi così poco tempo con loro da sentirmi spesso un estraneo. Avevo costruito un impero, ma qualcosa continuava a mancarmi.

Ogni notte guardavo le stelle, sempre più determinato a creare qualcosa di straordinario, qualcosa destinato a durare per sempre.

Poi, accadde.

Una notte d’ottobre, mentre osservavo il cielo, vidi una luce brillare più forte delle altre. Era intensa e sembrava diventare sempre più grande. Perbacco quella stella si stava avvicinando!

All’inizio rimasi pietrificato dalla paura, ma non potevo distogliere lo sguardo da quello spettacolo.

Quando si fermò davanti alla mia finestra, aprii. La luce mi avvolse, e prima che potessi rendermene conto, mi ritrovai sopra di lei.

Mi portò in alto, sopra i tetti di Verona, poi sulle montagne, e ancora più su, oltre le nuvole. Era come se il cielo mi stesse mostrando quanto fosse vasto il mondo e quante possibilità esistessero, se solo avessi avuto il coraggio di guardare oltre.

Quando tornai a casa il cuore non stava più in petto per l’emozione, la mia mente era piena di immagini e sulle mie mani, che emanavano un lieve bagliore, notai che c’era del residuo di polvere di stella. Era dorata, lucente e di un leggero tepore.

Corsi nel laboratorio della pasticceria, ancora in vestaglia, e lavorai senza sosta. Quello strano sogno mi aveva ricordato ciò che i miei genitori avevano cercato di insegnarmi e che io avevo dimenticato: la condivisione e l’amore sono ciò che rende speciale ogni creazione.

Fu così che creai il Pandoro, un dolce a forma di stella, per ricordare quell’avventura tra i cieli e per essere diviso a spicchi, così che tutti potessero condividere un pezzo di quel sogno, del mio sogno.”

Domenico fece una pausa, sorridendo.

“La prima volta che lo servii, tutti rimasero a bocca aperta. Il mio caro amico Angelo esclamò:

‘L’è proprio un pan de oro!’

Nessuno avrebbe mai immaginato che quel dolce, nato in un sogno, sarebbe diventato il simbolo del Natale.”

Cesare guardava il nonno con occhi spalancati.

“Nonno, davvero hai viaggiato su una stella?”

Domenico annuì con un sorriso sornione.

“Lo so, sembra impossibile. Ma quella stella... la vedo ancora ogni notte, Cesare. È là fuori, guarda.”

Indicò la finestra.

“Quella è la mia stella e presto verrà a prendermi per un altro viaggio. Se mi cercherai, ricorda che io sarò sempre lì. E un giorno, quando sarà il tuo turno di brillare, viaggeremo insieme per vedere il mondo dall’alto.”

Il bambino si strinse alla mano del nonno. Insieme, guardarono quella stella luminosa, che sembrò brillare più forte nel cielo di Verona.

Product added to compare.