“Ma nun è possibile! Aro' sta Serafino? Fa ca’ t’ o' si magnato tu?” disse Giuseppe a Fefè, il cane di famiglia, che lo guardava con aria confusa.

“Secondo me è iuto a fa’ na’ passeggiata” scherzò Rosa, la più piccola dei suoi cinque figli, con un sorriso furbetto. “Papà, ma aro’ adda sta? Vedrai ca’ uscirà, ja! Mo’ sbrigati ca’ facimme tardi, lo cerchiamo dopo!”

Giuseppe scrollò la testa, ancora perplesso dall’assenza di una delle sue statuette dal presepe. “Eppure me pare strano... bah.”

A Napoli il presepe è sempre stato una cosa seria.
Per la famiglia Coppola, composta da Giuseppe, sua moglie, i genitori di entrambi, cinque figli, sette zii e un numero indefinito di nipotini, era più di una tradizione: era un rito.

La grotta, costruita dal bisnonno di Giuseppe in legno, sughero e cartone, si tramandava di generazione in generazione. Ora era il suo turno di custodirla.
Negli anni, ogni membro della famiglia aveva arricchito la struttura originaria con qualche aggiunta: un finto laghetto con un piccolo meccanismo per far muovere l’acqua, una collinetta verde per il pascolo delle pecore in terracotta, un pozzo che faceva scendere e salire minuscoli secchi di legno.
Così, il presepe si era trasformato in una vera e propria città in miniatura fatta di casette colorate arroccate su montagne di cartapesta, scale e gradini che si insinuavano tra le grotte, illuminate da luci calde e fontanelle che gorgogliavano silenziose. Era diventato talmente grande che, per allestirlo, bisognava unire due assi di legno lunghe quanto un tavolo da pranzo.

Per prepararlo, data la solennità del momento, era tradizione che tutta la famiglia si riunisse l’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata, per pranzare e costruire il presepe insieme.
Mentre i grandi si occupavano della struttura, i più piccoli preparavano il muschio finto, le montagne di cartapesta e gli specchietti per i laghetti.
Quando tutto era pronto, arrivava il momento più atteso: la disposizione dei protagonisti, ognuno posizionato con cura al proprio posto.

Questa volta non era stata diversa: l’8 dicembre tutta la famiglia si era riunita per l’atteso allestimento. Giuseppe e sua moglie Angela avevano cucinato per tutti, mentre i cinque figli si erano occupati della tavola e la zia Maria, come da tradizione, aveva fritto le zeppole, calde e fragranti.

Dopo il pranzo ebbe inizio il rituale:
“Eccolo qua, il tesoro di Giuseppe, o vi!”
Angela era entrata trascinando un enorme scatolo di cartone. Dentro c’era davvero quello che Giuseppe considerava il suo bene più prezioso: tutte le statuette del presepe, alcune antichissime, prodotte a San Gregorio Armeno.

E, come ogni anno, Giuseppe si prese il compito di spiegare la storia di ognuna di loro, trattandole come fossero vecchi amici o antichi antenati.
“Guarda qua, Rosè, ci sono tutti!” esclamò entusiasta, affondando le mani nello scatolone. “Guarda questo, è Benino. È facile riconoscerlo perché dorme sempre. Secondo una leggenda…”
“…con un sogno ha dato vita al presepe. Lo so!” lo interruppe Rosa, con un sorrisetto malizioso.
“Esatto! E lui lo mettiamo qua, vedi? Sotto quest’albero, che sta bello comodo.”
Lo posizionò con cura, poi riprese:

“Qui, vicino al pozzo, ci mettiamo la lavandaia. Questa grotta, la vedi? È la grotta della zingara, col suo tavolo per i tarocchi, e… marò, mo’ me lo stavo dimenticando: Ciccibacco! Ciccibacco e il suo carretto li mettiamo qui, alle porte della città.”
Estrasse con attenzione altre statuette e le sistemò al loro posto. “E questi? I due compari, zi’ Vicienzo e zi’ Pascal, sempre a chiacchierare e bere. Li mettiamo vicini, che si fanno compagnia!”

Alla fine, appiattito sul fondo dello scatolone, spuntò un’ultima statuetta. “Marò, o vi, mo’ me lo stavo scordando: Serafino! Ti stavi nascondendo, eh pastorello mio? Dai, mettilo vicino al gregge, quello è il suo posto.”

Sistemò anche Serafino, poi si tirò indietro e osservò soddisfatto. “Ecco qua, mo’ ci sono proprio tutti!”

Ci vollero quattro ore di lavoro per completarlo, ma alla fine tutta la famiglia era entusiasta del risultato; anche quest’anno il loro presepe era un vero e proprio spettacolo. Soddisfatti, si salutarono e ognuno andò a dormire col sorriso.

Ogni mattina Giuseppe si alzava, si preparava e poi si concedeva qualche minuto per bere un caffè e per contemplare la sua opera d’arte.
I giorni passarono in un batter d’occhio e arrivò il 23 dicembre, l’antivigilia di Natale. Il giorno dopo, tutti i parenti si sarebbero riuniti in casa Coppola per festeggiare.

Quella mattina, come sempre, Giuseppe si alzò, si lavò e si vestì per uscire, poi si fermò a sorseggiare il caffè davanti al suo amato presepe. Indugiò un po’ più a lungo del solito, osservando con attenzione le statuette. Qualcosa non gli tornava. Ma cosa?

Rosa lo trovò fermo davanti al presepe, immobile, con lo sguardo concentrato.

“Papà, ma ancora senza cappotto stai? Ci stanno aspettando! Dobbiamo uscire, mancano ancora un sacco di regali da comprare e dobbiamo fare la spesa!”

Giuseppe indicò il presepe. “Rosì... ma addo’ è iuto Serafino?” chiese mentre anche Fefè, il cane di famiglia, si avvicinava curioso al presepe.

“Papà, mammà e tutti gli altri sono già usciti. Serafino sarà caduto da qualche parte, mo’ dopo te lo troviamo. Mo’ dobbiamo andare, altrimenti troveremo una fila infinita ai negozi. Dai, jamme bell!”

Rosa riuscì a trascinare il padre fuori casa, tirandolo letteralmente per un braccio. La porta di casa si chiuse e nella stanza piombò il silenzio.

“So’ iuti?”
“Sì, finalmente!”
“Ci possiamo muovere?”
“Via libera, waju!”

Il presepe iniziò a prendere vita. Le pecore cominciarono a brucare rumorosamente, spargendo finti ciuffi di muschio ovunque. La fontanella zampillò con più energia, mentre i personaggi, uno dopo l’altro, si svegliarono dal loro torpore sbadigliando, stiracchiandosi e muovendosi per la scena.

“AAAAAAh, mamma mia, non ce la facevo più a stare ferma!” esclamò Carmela, la lavandaia, stirandosi le braccia con foga.
“Invece io me stesse n’at poco così” rispose Benino con un enorme sbadiglio, stiracchiandosi come se avesse dormito un secolo.
“E cert, a me m’hanno fatta lavandaia, e a te, ca si maschio, è permesso dormire tutto il giorno! Che ne dici, ce scambiamo nu poco o posto?” incalzò Carmela, piantandogli le mani sui fianchi.
“Ma nun me pare o caso, Carmelì” balbettò Benino, prendendo tempo.
“E cert ca nun te pare o caso!” ribatté lei, roteando gli occhi.

Ovviamente Giuseppe non poteva saperlo: nessuno avrebbe mai immaginato che, a Napoli, i presepi prendessero vita ogni volta che non c’era nessuno a guardarli.
Adesso le statuette parlottavano tra loro, passeggiavano tra le casette e si godevano la libertà temporanea.

A un certo punto si sentì urlare. Dalla collina arrivò correndo Ciccibacco, trasalito:
“Avete visto Serafino? Ieri stava qua, ma addo’ è iuto?”

“Forse ancora s’adda scetà, Cicciobè” rispose Benino, stiracchiandosi pigro dal suo giaciglio.

“Ma che dici, Benì! Nun è mai capitato ‘na cosa accussì! E mo tengo e pecore sparpagliate dappertutto, se stanno magnando pure o’ cartone re case! Questa è una cosa seria!”

“Ma quale seria, stammo sempre qua a fa’ ‘o solito” sbottò il vinaio dalla sua bottega con la solita indolenza.

“Va bene, va bene” sospirò Benino. “Nun ve preoccupate, mo’ lo cerchiamo.”

Nel frattempo, tutte le statuette si erano radunate al centro della piazza, proprio davanti alla grotta.

“Ma nun avite notato che Serafino era un po’ strano ultimamente?” azzardò Carmela, stringendo il grembiule tra le mani.

 

“In che senso?” chiesero quasi in coro i due compari zi’ Vicienzo e zi’ Pascal, aggiuntisi al gruppo attirati dal baccano.

 

“Lo vedevo tutto serio, triste perfino, e guardava sempre verso la finestra. A finestra grande intendo, quella della casa.”

 

“Va bene, ho capito,” intervenne Benino. “Andiamo a chiedere alla zingara. Ce facimmo fa’ ‘e carte e vediamo se ci aiuta a trovarlo!”

 

La zingara era nella sua grotta, intenta a specchiarsi in una superficie riflettente, un pezzo di vetro che simulava il suo specchio. Si stava sistemando i capelli quando sentì un trambusto fuori dalla sua porta.

 

“Marò, ma che ci facite qua? Nun ce trasite tutti quanti, ja! Lo sapete che posso leggere le carte solo a uno per volta!”

 

“Per favore, Michelì, ci devi aiutare” intervenne Ciccibacco. “Serafino è sparito, non sta da nessuna parte e a me serve aiuto con le pecore, che stanno facendo un disastro!”

 

“E nientemeno siete venuti tutti qua per questo?” sbottò la zingara, alzando gli occhi al cielo.

 

“Michelì, ‘o sai che nessuno di noi è mai mancato un Natale da quando è entrato nella combriccola,” rispose Benino con tono serio.

 

“Dacci una mano” aggiunse Carmela con voce preoccupata. “Pensa a Giuseppe, se domani non ci trova tutti al posto nostro, come ci resta male!”

 

La zingara sospirò, rassegnata. “Va bene, va bene, vi aiuterò. Pure a me preme trovare Serafino, che pensate? Però...”

 

“Però che?” esclamarono tutti in coro, avvicinandosi curiosi.

 

“Proprio ieri era venuto a parlare con me. Era strano, non mi voleva nemmeno guardare negli occhi. Si vedeva che teneva qualcosa dentro. Alla fine mi ha detto che aveva cambiato idea e poi... se n’è scappato.”

 

“E nun hai visto addo’ è andato?” chiese Ciccibacco, stringendo il bastone con impazienza.

 

“No, ma ora lo chiedo alle mie carte,” rispose Michelina, sedendosi al suo tavolino e iniziando a mischiare lentamente il mazzo.

 

La zingara, che aveva visto perfettamente Serafino scappare verso le montagne sopra la grotta, si sedette con un’aria solenne al suo piccolo tavolo di legno. Mise davanti a sé un mazzo di tarocchi, le cui facce, a ben guardare, sembravano tutte uguali, e con voce roca e profonda, iniziò il suo rito:

 

“Vedo… delle cime acuminate. Vedo del verde, del bianco... come neve. Vedo… quattro mura. Mhm… Serafino è in una delle case sulla montagna!”

 

“Maronn! Che capacità, che potere!” esclamarono zi’ Vicienzo e zi’ Pascal.

 

“Maronn! Che talento… per la recitazione,” replicò con sarcasmo Carmela, incrociando le braccia.

 

Parte di loro si incamminò verso la montagna, chiamandolo a gran voce lungo il percorso:

“Serafino! Serafino, per favore, esci fuori! Vogliamo solo parlare con te.”

 

Dopo un po’, un lieve scricchiolio ruppe il silenzio e, dalla finestrella di una piccola casa nascosta, spuntò il volto di Serafino.

 

“Eccolo là!” esclamò la zingara, puntando il dito verso la casetta.

 

“Che facimm’? Lo buttiamo fuori?” propose zi’ Pascal, aggiustandosi il cappello con fare impaziente.

 

“No, no, calmiamoci,” intervenne Benino, alzando le mani. “Serafì, vieni fuori, per favore. Siamo preoccupati per te.”

 

“E per le pecore!” aggiunse Ciccibacco.

 

“Statte zitto!” lo zittì Carmela.

 

“Non voglio,” rispose Serafino, scuotendo la testa. “Voglio restare qua dentro.”

 

“Serafì, ja iesc! Tra poco tornano e qua è tutto sottosopra! E tu sei fuori posto!”

 

Serafino li guardò, tirando un profondo sospiro, poi sbottò: “Allora non avete capito, Cicciobè. Ij nun o voglio fa’ o pastorell.”

 

Un mormorio stupito e incredulo si levò tra la folla di statuette.

 

“Ma che dici, Serafì? Ma tu si nat’ pe’ fa’ o pastorell, come noi siamo stati creati per fare i nostri mestieri! Amma fatt’ sempre accussì!”

 

“E ij nun o voglio fa’! Che t’aggia ricere? Io pure so’ stato creato, nun aggia potuto decidere. E ve lo dico, me lo ricordo! E pure voi, anche se fate finta di scordarvelo!”

Le statuette si guardarono tra loro, confuse, mentre Serafino continuava:
“Quando mi hanno dipinto gli occhi in quella bottega, io ho iniziato a vede’. All’inizio era tutto sfocato, ma poi mi hanno poggiato sul bancone ad asciugare... e alla fine l’ho vista. Uagliù, ho visto Napoli! I colori, il cielo, la gente, ho sentito la musica! Finché Giuseppe non mi ha comprato, io... io me so’ sentito vivo! Voi ve lo ricordate com’è stare là fuori?”

Un silenzio imbarazzato calò sul gruppo, finché Benino, ridacchiando nervosamente, disse:
“Ma che dici, Serafì? Vivo? Ma tu nun si cuntento? Tieni un ruolo, tieni una funzione, uno scopo! Stiamo tutti insieme, non si felice?”

“Io voglio bene a Giuseppe, lo vedo quanto ci tiene a noi, ma no, nun so’ felice. Io non sono come voi, io non sono nato per questo. Io appartengo a un altro posto, io appartengo a Napoli. Voglio andare, voglio andare là fuori!”

Un’espressione di panico si dipinse sui volti di tutti i presenti. Nessuno osava parlare, nessuno sapeva cosa dire.

Fu Carmela a rompere il silenzio, scuotendo la testa e sospirando:
“Accussì nun va buono.”

Serafino si sentiva sconfitto. Sapeva che gli altri non avrebbero capito, ma non si aspettava di doverli affrontare così: uno contro tutti. Se avesse potuto, una lacrima gli sarebbe scesa sul viso, ma il suo volto, scolpito nel gesso, esprimeva solo un’infinita tristezza.

“Accussì nun va bene,” disse Carmela, scuotendo il capo. “Tutti si meritano ‘a felicità, Serafì. Pure tu.”

Quelle parole lo colsero di sorpresa. Serafino alzò lo sguardo, incredulo. Che cosa voleva dire?

“Esci, ja. Truvamm’ na soluzione tutti insieme.”

Lentamente, quasi esitante, Serafino uscì dalla casetta. I suoi passi, leggeri e incerti, lo portarono verso la fila di pastorelli che, uno dopo l’altro, scendeva dalla montagna per radunarsi nella piazzetta principale.

Una volta riuniti, Carmela si fece avanti e con voce decisa disse:
“Dobbiamo aiutare Serafino a uscire.”

“E come facimmo?” chiese il cacciatore, aggiustandosi il fucile con fare perplesso.
“Nessuno c’ha mai provato,” intervenne zi’ Vicienzo.
“E poi è pericoloso!” aggiunse zi’ Pascal.
“Nun sapimm manco che c’è for’,” borbottò Benino, stropicciandosi gli occhi ancora assonnati.

Carmela li guardò tutti e poi, con un sorriso, disse:
“Serafino lo scoprirà. E un giorno tornerà per raccontarcelo. È vero, Serafì? Andrai a vedere Napoli anche per noi.”

Serafino sentì una sensazione crescergli dentro, come un calore che non aveva mai provato prima. Era eccitazione, gioia, amore. Guardò i suoi amici con occhi lucenti e per la prima volta si sentì davvero capito.
Era la statuina più felice del mondo.

I personaggi del presepe si misero subito all’opera per escogitare un piano. Carmela prese tutte le lenzuola che riuscì a trovare, mentre i pastori intrecciavano una corda con il muschio finto e gli scarti di cartone. Ognuno contribuì con ciò che aveva e, in poco tempo, crearono una lunga fune, fatta di oggetti di fortuna, che arrivava fino al pavimento.

Serafino guardò tutti con commozione, sentendo il cuore riempirsi di gratitudine. Prima di scendere, si avvicinò ai suoi amici, salutandoli uno a uno con un abbraccio sincero. Quando fu il turno di Carmelina, le prese le mani tra le sue e, colmo di commozione, disse:
“Io non vi dimenticherò mai.”

“Lo sappiamo, Serafì,” rispose lei con un sorriso pieno di dolcezza. Mentre gli sistemava un piccolo mantello sulle spalle aggiunse:
“Vivi la tua vita. Salutaci il mondo. Vai e trova te stesso!”

Per la prima volta, Serafino sentì sotto i piedi il pavimento freddo. Una nuova sensazione che lo attraversò come un brivido, accrescendo la sua emozione. Era spaventato, sì, ma anche pronto. Quella era la vita che aveva sempre sognato, e ora si stava finalmente aprendo davanti a lui.
Si girò un’ultima volta verso i suoi compagni. Li guardò con dolcezza, il cuore colmo di gratitudine. “Grazie,” sussurrò, mentre un sorriso gli illuminava il volto. Loro lo salutarono con entusiasmo, sbracciandosi in segno di incoraggiamento.

Serafino si abbassò, scivolando con cautela sotto la fessura della porta. Uscì nella sera napoletana, illuminata dalle calde luci di Natale. Le strade erano un tripudio di vita, con il vociare della gente, le risate e i canti che si mescolavano nell’aria frizzante. Si fermò un istante, poi si perse nella folla, pronto a incontrare il suo destino.

Arrivò la sera e tutta la famiglia rientrò di corsa.

“O sapev’ ca arrivavamo tardi! Menomale ca è ‘na settimana ca cucino, ma mo aggia pure preparà e cose per la frittura di domani! Muovetevi, ja!” gridò Angela dalla cucina, indaffarata come non mai.

Giuseppe e Rosa, carichi di buste e pacchetti, restarono in salone per sistemare i regali sotto l’albero. Ma qualcosa attirò subito l’attenzione di Giuseppe. Si fermò davanti al presepe, fissandolo con aria perplessa.

“Papà, che hai mo’? Perché ti sei bloccato?” chiese Rosa, appoggiando una pila di scatole sul tavolino.

Giuseppe si stropicciò gli occhi. “Nun lo so, Rosè... mi pare che i pastori sembrano... più sorridenti?”

Rosa scoppiò a ridere. “Papà, secondo me devi dormire di più. Stai vedendo cose strane!”

La Vigilia di Natale arrivò in un lampo, e la famiglia Coppola si riunì attorno alla tavola imbandita. Tra un brindisi e una risata, fu Ernesto, il più piccolo tra tutti i nipoti, a raccontare qualcosa di curioso.

“Lo sapete che, mentre venivamo qua, mi è sembrato di vedere un pastorello che camminava sul lungomare di Mergellina? Guardava il mare.”

Giuseppe sorrise a Rosa e alzò il suo calice. “E fa che era il mio Serafino che è scappato veramente?” Fece una pausa, guardando tutti. “Brindiamo a lui: al pastorello che guardava il mare, ovunque sia adesso. Alla libertà e al Natale!”

I calici tintinnarono e un brindisi caloroso attraversò la stanza. Ma nessuno poteva immaginare che, nel presepe, anche le statuette, immobili nei loro ruoli, si scambiassero occhiate complici. Un sorriso appena accennato illuminava i loro volti, sapendo che il loro amico era finalmente felice.

Anche loro, nella distrazione generale, accennarono un brindisi per Serafino. Per la sua libertà, per il suo coraggio e per il Natale che, finalmente, stava vivendo come aveva sempre sognato.

 

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