Le sue spiagge dorate brillano sotto i raggi del sole che accarezza la costa, mentre le case arroccate si aggrappano alle scogliere. Il mare dona freschezza, il sole calore e, insieme, regalano alla terra un dono speciale: limoni profumati, gialli come l’oro, che sembrano contenere tutta la luce del Mediterraneo.

In questa cornice incantata, tanti anni fa, viveva un bambino di nome Gennaro, che tutti chiamavano affettuosamente Gennarino.

Gennarino era il ragazzo più timido che si potesse immaginare. Esile, magrolino e sempre con la testa bassa, evitava lo sguardo di chiunque e, se qualcuno gli rivolgeva la parola, arrossiva fino alle orecchie o, peggio ancora, scappava via. Ad Amalfi si raccontava che la sua timidezza fosse scritta nel destino. Era nato allo scoccare della mezzanotte del giorno di Natale, e il paese intero, saputa la notizia, si era precipitato a casa dei suoi genitori per fare gli auguri e accogliere il piccolo. Ancora in fasce, il neonato era stato circondato da visi curiosi, sguardi scrutatori e pizzicotti affettuosi sulle guance. Forse fu proprio quel momento a segnare il suo carattere: da allora, quello sguardo terrorizzato sembrava non averlo mai abbandonato, diventando il tratto che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita.

Gennarino crebbe così: silenzioso e perennemente terrorizzato. A scuola non rispondeva mai alle domande dei maestri e, mentre gli altri bambini giocavano a rincorrersi, lui si nascondeva, cercando di rendersi invisibile. Anche al mare trovava sempre un modo per scomparire e si rifugiava dietro le reti dei pescatori o tratteneva il fiato sott’acqua pur di evitare qualsiasi interazione. La sua timidezza era un muro invalicabile, eppure nessuna situazione, per quanto imbarazzante, poteva superare il panico che provava quando si trovava vicino a Lauretta.

Per Gennarino, Lauretta era la perfezione incarnata e, proprio per questo, una figura assolutamente spaventosa. Averla nella stessa classe era un tormento continuo, un’emozione così travolgente da togliergli il fiato e costringerlo a fissare ostinatamente la finestra o il banco, pur di non incontrare mai il suo sguardo.

Come se non bastasse, la sua timidezza nascondeva un altro segreto. Gennarino lo scoprì crescendo, e questo non fece altro che peggiorare la sua situazione. Un giorno, nella cattedrale di Amalfi, durante la messa, accadde qualcosa di terribile. Proprio nel momento in cui il prete e tutti i fedeli tacquero per ricevere la benedizione, il suo stomaco brontolò così forte che tutti si girarono istintivamente verso di lui. Era troppo. In preda al panico, portò le mani alla pancia nel vano tentativo di zittire il suo corpo dispettoso, ma accadde l’impensabile: le sue mani iniziarono a gonfiarsi oltre misura.

Com’era possibile? Corse fuori dalla chiesa, cercando disperatamente un posto tranquillo dove potersi calmare. Solo quando fu lontano da tutti, le sue mani tornarono alla normalità. Fu il primo di una lunga serie di episodi: più si sentiva in difficoltà, più il suo corpo reagiva in modo strano. Gli capitava, ad esempio, che un orecchio si gonfiasse come un palloncino o che un piede diventasse sproporzionato rispetto all’altro.

Insomma: più era in imbarazzo e desiderava essere invisibile, più il suo corpo cresceva per dispetto. Questa strana condizione lo portò a isolarsi sempre di più, sopraffatto dalla paura che qualcuno potesse accorgersene.

C’era un solo luogo in cui Gennaro si sentiva davvero al sicuro: il limoneto dietro casa sua. Mentre i suoi amici correvano al mare, lui preferiva rifugiarsi al fresco delle terrazze verdi, circondate dagli alberi di limoni. Lì, all’ombra delle chiome profumate, trovava una pace che sembrava appartenere solo a quel luogo. Seduto sul muretto a secco, respirava l’aroma dolce e intenso dei frutti, lasciandosi cullare dal canto leggero delle cicale. Quel limoneto era il suo angolo di paradiso, il posto dove il mondo sembrava lontano e il suo cuore poteva sognare Lauretta. Tra quelle righe segrete, scriveva poesie dedicate a lei, trasformando le emozioni che non riusciva a dire a voce in versi pieni di dolcezza.

Un giorno, nel limoneto, Gennaro era seduto sul suo solito muretto, assorto nei pensieri, quando Lauretta, senza farsi notare, lo raggiunse per salutarlo. “Ciao Gennaro! Come stai?”
Panico.
“C… c… Aaaaah!”
Preso alla sprovvista, Gennaro perse l’equilibrio e cadde in avanti, tra i rami e le foglie secche. Lauretta corse immediatamente verso di lui per aiutarlo. Gli sorrise con dolcezza, senza accennare a prenderlo in giro, e gli porse la mano per tirarlo su. Gennaro si sentì paralizzato. Il cuore gli batteva così forte che accettò l’aiuto quasi senza rendersene conto. Per un attimo, mentre teneva la mano nella sua, il tempo sembrò fermarsi. Ma appena si ritrovò in piedi, la realtà lo travolse: trasalì e sentì il suo orecchio sinistro iniziare a gonfiarsi come un palloncino. L’imbarazzo esplose sul suo viso, tingendolo di una sfumatura di rosso impossibile da definire. Con un misto di vergogna e confusione, iniziò a bofonchiare scuse incomprensibili, poi si voltò di scatto e scappò via, tenendosi l’orecchio con le mani. Lauretta lo osservò correre via, confusa e un po’ dispiaciuta, chiedendosi cosa mai fosse successo.

Nonostante l’imbarazzo, Gennaro continuò a rifugiarsi nel limoneto, facendo ancora più attenzione a non farsi scoprire. Seduto all’ombra degli alberi, trascorreva ore a riempire le pagine del suo diario con poesie e racconti. Gran parte di quei versi erano dedicati a Lauretta e al ricordo di quel fugace incontro che, pur imbarazzante, aveva lasciato nel suo cuore un’emozione indelebile. Quelle pagine erano il suo tesoro più prezioso, un luogo segreto in cui il suo cuore timido poteva finalmente esprimersi.

Ma un giorno accadde il peggio. Nel cortile della scuola, mentre Gennarino passeggiava schivo e ricurvo, cercando come sempre di non attirare l’attenzione, il suo prezioso diario scivolò dalla tasca senza che se ne accorgesse. Un compagno di classe, avvertendo il tonfo dell’oggetto, lo raccolse e, con un’occhiata rapida tra le pagine, capì immediatamente di cosa si trattava.

Nonostante le suppliche disperate di Gennarino di restituirglielo, il ragazzo chiamo tutti i compagni a raccolta e, con un ghigno malizioso, iniziò a leggere ad alta voce: “Siedo lontano dal mondo, avvolto dal silenzio del mio caro limoneto e dal frastuono dei miei pensieri. L’unico sollievo, come sempre, è il pensiero di te, Lauretta.”

Le risate esplosero all’istante, rimbalzando nel cortile come uno schiaffo. Per Gennaro fu un’umiliazione insopportabile. Gli occhi sgranati, il fiato corto, sentì il volto avvampare e il cuore battere all’impazzata. In un istante, incrociò lo sguardo di Lauretta, che lo osservava confusa, ma prima che potesse decifrare la sua espressione... accadde.

Cominciò a gonfiarsi: prima una mano, poi un piede, poi tutto il corpo. Nel giro di pochi istanti, i suoi compagni gli sembrarono minuscoli come formiche. Del cortile scorgeva solo i confini, e i suoi piedi apparivano lontanissimi.
Gennarino era diventato un gigante.

Sconvolto e terrorizzato, si lanciò verso la città, seminando il panico tra le strette stradine di Amalfi. Le persone si affacciavano dalle finestre, stupite e spaventate, mentre lui cercava disperatamente un luogo dove nascondersi. Ma non c’era via di fuga: la sua stazza immensa lo rendeva visibile da chilometri di distanza.

Sconfortato e affranto, trovò rifugio sul tetto della cattedrale. Si sedette, rannicchiando le ginocchia contro il petto, e nascose il volto tra le mani. Lacrime grandi come lampioni scivolavano dai suoi occhi enormi, bagnando i tetti della città sottostante e allagando le strade.

La vergogna lo soffocava, ed era troppo grande per nascondersi. Lauretta, però, non si arrese. Lo aveva seguito correndo a perdifiato dal cortile fino al centro della città e poi su, salendo di corsa tutte le scale fino al tetto della cattedrale, pur di essere il più vicina possibile al suo volto. Il respiro le mancava, la voce era roca per averlo chiamato a lungo, pregandolo di fermarsi, ma trovò comunque la forza per parlare. “Gennaro,” disse con dolcezza, “è praticamente tutta la vita che ti rincorro, e adesso che ho sentito le tue parole, così belle, così sincere... lo so. Non avevo mai sentito nulla di così emozionante. Tu sei speciale. Ti prego, scendi e leggile per me...”

Quelle parole lo colpirono dritto al cuore. Non aveva mai parlato a Lauretta, ma la conosceva attraverso i suoi gesti gentili, la sua risata luminosa e la sua intelligenza vivace. Non era mai riuscito neanche a guardarla negli occhi, ma ora non poteva più trattenersi. Sentiva un’onda incontenibile di emozioni risalire dal petto: la verità, custodita nel silenzio delle pagine del suo diario e tra i rami del limoneto, stava per emergere, prepotente.

Non si trattenne più. Aprì la bocca e, con un’urgenza che non aveva mai provato prima, quasi gridò: “Lauretta, io sono innamorato di te!”

Man mano che quelle parole uscivano, il suo corpo iniziò a sgonfiarsi. Era come se ogni respiro lo liberasse da un peso, come una mongolfiera che atterra dolcemente sulla terra. Quando riaprì gli occhi, trovò quelli di Lauretta davanti a sé, alla sua stessa altezza. Era tornato normale, come se la verità avesse sciolto ogni nodo che lo teneva prigioniero.

Lauretta gli sorrise e, senza esitazione, lo abbracciò forte. “Anche io, Gennaro. Anche io.”

Da quel giorno, Gennaro non fu più lo stesso. Con Lauretta al suo fianco, trovò il coraggio di affrontare la vita e di parlare con il mondo, scoprendo che la sua timidezza nascondeva un cuore grande e generoso. Ogni volta che camminavano insieme nel limoneto, lui le leggeva una delle sue poesie, certo che, con lei accanto, non avrebbe mai più avuto bisogno di nascondersi.

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