“Il caso è fecondo solo alle menti preparate.”

Quelle parole risuonavano nella mente di Marco mentre usciva dall’osservatorio astronomico, incastonato tra le montagne. Cercava aria fresca per schiarirsi le idee e alleggerire il cuore.

 

Aveva appena registrato un fenomeno mai visto prima: tre stelle erano apparse nel cielo, una dopo l’altra, come in una sequenza misteriosa.
Non tutte insieme, ma in un ordine che sembrava seguire una logica enigmatica. Un evento che lo lasciava senza spiegazioni, ma profondamente affascinato.

 

Appoggiandosi alla balaustra, lasciò vagare lo sguardo sul cielo. Quel cielo che aveva scrutato infinite volte, alla ricerca di nuove stelle, pianeti, o magari galassie.

 

“Il caso… è fecondo… solo alle menti… preparate,” mormorò sottovoce, tamburellando le dita sulla ringhiera.

 

Quelle parole erano di Tania, la sua migliore amica. Gliele ripeteva spesso fin dai tempi dell’università. Si erano conosciuti durante una serata in piazza, e da allora lei aveva sempre saputo come sciogliere i nodi nei suoi pensieri.

 

“Lo sai che questa frase è di Louis Pasteur?” gli aveva spiegato Tania, durante una giornata di studio nel suo appartamento.

 

“Ah, il grande e irreprensibile Pasteur, chimico e biologo francese,” aveva aggiunto Riccardo, compagno di università di Tania. Marco, Tania e Riccardo erano inseparabili negli anni dell’università, e avevano condiviso i momenti più belli della loro vita.

 

“Ma cosa significa davvero questa frase? Come può aiutarmi?” aveva chiesto Marco, con lo sguardo pieno di dubbi.

 

“Significa che, se ti capita un’opportunità e sei addormentato, non la vedi,” spiegò Riccardo. “Devi stare con le antenne accese. La vita ti dà le risposte, ma se non sei pronto con la testa e il cuore, quelle risposte non arriveranno mai. Puoi chiedere tutti i segnali che vuoi,” continuò, posandogli una mano sulla spalla, “ma se non sei sveglio, caro mio, quello che cerchi resterà invisibile.”

 

“E come faccio a restare acceso?”

 

“Continua a nutrire il tuo essere, il tuo io,” intervenne Tania con tono deciso. “Nutrilo con tutto ciò che ti circonda. Dai viaggi alle passeggiate, perfino le cose più semplici, come andare a prendere un caffè al bar. Ti sembrerà banale, ma nei momenti più comuni puoi trovare le risposte più incredibili.
Così, ciò che ti sembra lontano e indecifrabile diventerà improvvisamente vicino. Fidati.”

 

Quelle parole cambiarono il modo in cui Marco vedeva il mondo. Cominciò a prendere nota di tutto ciò che accadeva intorno a lui.

Un gatto dal pelo particolare che sembrava indossare una maschera da supereroe. La visita a Riccardo, anni dopo la laurea, nella sua accogliente casa di periferia.

 

Ricordava ancora quel giorno: aveva bussato alla porta e si era trovato davanti Riccardo vestito da pirata. Poco dopo, erano sbucati uno dopo l’altro i suoi tre figli. “Quando si muove uno, gli altri due lo seguono,” aveva detto Riccardo, sorridendo.

 

Marco aveva archiviato quel momento come un semplice ricordo simpatico, ma ora, appoggiato alla balaustra dell’osservatorio, quella scena gli tornò in mente.

 

“Il caso è fecondo solo alle menti preparate,” mormorò ancora, fissando le tre nuove stelle che aveva appena tracciato. Brillavano più di qualsiasi altra cosa nel cielo.

 

Abbassò lo sguardo verso lo spazio verde sotto l’osservatorio. Una volpe vagava tra le siepi, e poco dopo, da un cespuglio, sbucarono tre cuccioli. “Giustamente, quando si muove uno, gli altri due lo seguono,” pensò Marco, abbozzando un sorriso.

 

In quell’istante, la scena delle volpi risvegliò un ricordo lontano, e il groviglio nella sua mente cominciò a sciogliersi. Improvvisamente sbarrò gli occhi, e con stupore esclamò: “Ho capito!”

 

Quella frase di Pasteur, il ricordo di Riccardo, e la teoria di un vecchio professore gli balenarono nella mente come un lampo. Durante una lezione privata, il professore gli aveva raccontato di una teoria non accreditata: tre stelle lontane, visibili dalla Terra per un solo anno ogni cento anni.
“Quando una di queste stelle si sposta dall’orbita dei loro pianeti,” aveva spiegato il professore, “le altre due la seguono, come se un filo invisibile le legasse.”

 

Marco tornò di corsa alla sua scrivania. Doveva scrivere un saggio, una conferma scientifica di quella teoria dimenticata, e inviarlo alle principali riviste astronomiche.

 

Prima di tutto, però, c’era una questione fondamentale: dare un nome a quelle tre stelle. Marco non ebbe dubbi su chi onorare.

 

“Il caso è davvero fecondo alle menti preparate. Grazie, amici miei,” sussurrò, con un sorriso grato.

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